Gli occhi di mia madre

Se ne stava seduta di fronte a noi e ci guardava: me n’ero accorta subito, da quando eravamo entrate in quella sala d’attesa, da quando col mio braccio rotto, ma ancora senza diagnosi in mano, mi ero messa a piangere. Una frattura al polso significava dover rimandare l’esame di pianoforte e forse perdere l’anno, e forse smettere di suonare per sempre: al pensiero di quella possibilità, mi venne da piangere. Piangere di dolore, di dispiacere – cosa avrei fatto della mia vita a undici anni? –, ma anche di sollievo, l’idea di smettere, di abbandonare, l’idea di chiudere con la musica mi procurava un piacere subdolo, inconfessabile. Anche per quello piangevo: senso di colpa.

La donna ci osservava, non aveva pudore e nemmeno io potevo averne: nuda, mi voleva, dovevo piangerle in faccia, dovevo mostrarle chi ero. Segreti, non potevo averne: lei si sarebbe presa tutto.

– Che occhi bellissimi -, disse, a un certo punto; – Bellissimi, davvero. Mai visti di più belli -, e allora si alzò, venne verso di noi, si fermò davanti a mia madre. Lei reclinò il capo di lato, socchiuse gli occhi in quel modo seducente che sempre riservava agli altri e quindi rise, lusingata, e piccole scintille di allegrezza consapevole si sparsero tutt’intorno a noi. Lo sapeva, mia madre, da sempre sapeva tutto. – Sono di un azzurro incredibile -, continuò, e mia madre si sporse verso la sconosciuta, assunse un’espressione come d’incredulità: – Sono quasi violetti -, la corresse, – se guarda i bordi dell’iride, sono scuri, sono viola; con la mano, batté sulla sedia vuota accanto a sé, e la donna non si fece pregare. – Al centro, invece, si schiariscono, diventano celesti -, e di nuovo spalancò gli occhi, mentre quella faceva sì con la testa; – Posso? -, e mentre glielo domandava le prendeva il mento tra due dita, – Permette? -, e mia madre lasciò fare. – Incredibili. Complimenti -, come se fosse stato merito suo. Come se uno fosse responsabile del colore degli occhi che gli è capitato; fu allora che la sconosciuta si accorse di me. – Sua figlia? -, chiese, e si alzò, mi venne vicino con la faccia: sapeva di sigaretta e di asciugamani umidi. – Che peccato -, mormorò, e di riflesso mi toccai il polso, mi ricordai del dolore. Pensai al pianoforte e di nuovo piansi di sollievo, e la donna se ne accorse, scosse la testa; – Oh, che peccato -, ripeté, e mi sembrò sinceramente dispiaciuta. – Sua figlia ha gli occhi marroni -.

Non ricordo se quella volta mia madre si mise a raccontare la storia dei suoi occhi, non ricordo se, come sempre, descrisse gli occhi del padre, e del nonno, il padre di suo padre. Non ricordo o forse ricordare non m’interessa, forse non ci feci caso per ripicca, per rabbia, per invidia. Mia madre aveva occhi bellissimi, erano il suo vero talento, e quando qualcuno glielo faceva notare – accadeva molto spesso –, amava dilungarsi nella storia della sua eredità. Inventava aneddoti sul padre, su come quell’azzurro di cui lui le aveva fatto dono l’avesse portato lontano, l’avesse portato a Roma, a Cinecittà, no, a Milano, sulla porta d’ Europa, a Parigi, a Hollywood, lo sai dov’è Hollywood? E io rispondevo, sì, lo so dov’è, e allora lei tornava a incantarmi con la storia degli occhi di suo padre, che poi erano diventati i suoi, gli occhi di mia madre, azzurro-violetti e trasparenti nel mezzo, profondi sui bordi e accessibili al centro. Faceva strada, quello sguardo, e se mia madre non mi avesse avuto, i suoi occhi l’avrebbero portata fino a Hollywood, fin dove avevano portato quel padre che poi l’aveva abbandonata, e che a lei aveva lasciato gli occhi soltanto. Un giorno, a scuola, scrissi un tema su mia madre: ha gli occhi azzurri, esordii, viola e trasparenti. E poi feci mia la sua licenza favolistica, che la spingeva a inventare: mia madre è straniera, è nata a Hollywood, e il maestro d’italiano mi derise. – Come a Hollywood? Lo sai dove si trova Hollywood? -, mi domandò, davanti a tutti; l’umiliazione m’aveva zittita e incattivita, sicché tacqui per qualche secondo, prima di rispondere, prima di sollevare il capo di fronte all’ilarità degli altri, che nemmeno loro sapevano. – Certo -, dissi, – Certo che lo so. Hollywood sta in televisione -.

Davanti agli occhi di mia madre, io smettevo d’esistere. Avevo cinque anni, ne avevo sei, otto, nove, avevo undici anni e solo quell’azzurro esisteva, e solo lei c’era. Io sparivo; suonavo il piano e a nessuno interessava il mio Bach, il mio Clementi, mi esibivo nei pezzi più acrobatici di Czernyana, ma se c’era lei, la bellezza dei suoi occhi sovrastava la musica, assordava tutti: nessuno mi diceva più brava, nessuno batteva le mani, notava gli errori, le sviste, le lacrime che cascavano sui tasti. Se c’era mia madre, non c’ero più io. Succedeva al saggio di pianoforte, a scuola, succedeva alle feste; succedeva ai miei compleanni: io vestita come un bignè alla crema, pronta a soffiare sulle candeline della torta, e lei che ringraziava per i complimenti. Successe il giorno della mia prima comunione: io vestita di bianco e mia madre che si prendeva tutto, e nemmeno il corpo di cristo in bocca fu capace di restituirmi il mio legittimo posto di figlia, di bambina, di bestia giovane che attira l’attenzione, che diventa l’attrazione principale tra le altre bestie. Persino un piccione, un gabbiano, persino un ratto appena nato ci appare bello, ci appare degno di interesse, meritevole d’amore perché vulnerabile, perché rappresenta una vita in potenza, qualcosa di piccolo che può ancora diventare tutto, sfidare la genetica e rivelarsi un miracolo. Di questa legge di natura non beneficiai mai: gli occhi di mia madre mi strapparono di dosso sin da subito il diritto di stare al mondo.

Eppure, a quell’azzurro così ammirato, invidiato, a quell’azzurro che la distingueva non sfuggiva mai niente; mia madre sorvegliava, osservava, studiava, non conosceva requie. Mia madre spiava, controllava, dominava: nessuno dei miei gesti scivolava fuori dal suo campo visivo, nessuna svirgolatura, sbavatura, nessuna imprecisione. I suoi occhi erano il mirino di precisione e lei il cecchino, pronta a stanare e a punire ogni errore, Ada, non nuotare troppo al largo, Ada, non verso gli scogli, non sollevare tutta quell’acqua. Attraversavo le stagioni annaspando: vivere mi annebbiava la vista, e più io sbandavo, più rischiavo di finire fuori strada, più lei mi aggiustava il tiro, mi raddrizzava i polsi puntandomi addosso il coltello del suo sguardo. Ada, non ti ustionare, mettiti un po’ al sole, non vedi come sei pallida?, Ada, sei già sudata, Ada, non mangiare troppo, basta con la Coca Cola, hai chiuso col cioccolato, Ada copriti il petto, e da esserle figlia, adesso stavo diventando femmina, animale, concorrente. La mia presenza la sfidava, la obbligava ad aggredire l’evidenza, a mettermi contro il muro come una condannata a morte: senza pietà sparava, colpiva, che hai combinato col figlio dei Marini?, smettila di esibirti, non puoi essere sempre al centro dell’attenzione! Quando faceva così, mi vergognavo, volevo sparire, mi sentivo colpevole di crimini non commessi, ma lo stesso provavo a difendermi: mia madre, però, era tutt’occhi, era lente d’ingrandimento, controllo azzurroviola cui era impossibile sfuggire: lei era ovunque. Ada, puzzi, hai i peli sotto le ascelle, hai già la cellulite, hai i capelli sporchi: quant’è che non ti fai uno shampoo?

In segreto, mia madre la maledivo; maledivo i suoi occhi, il suo sguardo, invocavo una irreversibile cecità, pregavo dio affinché le velasse le pupille di bianco, le incanutisse il prodigio azzurro trasformandola in una vecchia, in una donna qualunque, priva di fascino e mutilata della sua bellezza. Avevo dodici anni e il corpo mi esplodeva in mano, forzava le barriere degli abiti da collegio con cui mia madre mi castigava il fisico; – Copriti -, mi ordinava, – Per carità, copri, ti si vede tutto -, e ancora una volta la sua vista era infastidita dalla mia presenza, il suo azzurro intorbidato dalla mia disarmonia. Posava lo sguardo su di me e subito lo distoglieva, – Ti prego -, ferita dai miei capelli spettinati, dalle mie cosce, dalle smagliature che mi sfregiavano il petto, – Ada, ti prego -; poi tornava a fissarmi, sentivo la fitta ghiacciata dei suoi occhi e li condannavo, Maledetti, maledetti, vi odio. Dentro di me, la volevo menomata, la volevo monca, madre bellissima che tanto avevo amato, che come una madonna avevo implorato e temuto, e che adesso desideravo polifemica, orba, l’azzurro dimezzato, il talento deturpato. Fa’ che diventi cieca, fa’ che la smetta di guardarmi, e pregare mi dava sollievo, maledirla mi acquietava. Nei momenti di senso di colpa, speravo di morire, ma mi passava presto: bastava la sua voce, – Ada che ti sei messa? Ada, ti vedo -, bastava il suono delle sue parole, estensione dei suoi occhi, a restituirmi il desiderio primario. Mia madre doveva diventare cieca. Quell’azzurro che tutto guardava, che tutti guardavano, doveva spegnersi.

Accadde davvero. Non avevo ancora quattordici anni quando mia madre smise di svegliarsi: una mattina, aprì gl’occhi e fu buio; come era ovvio, sulle prime non ci credette. – È uno scherzo -, diceva, – Volete prendervi gioco di me, siete stati voi -, e non avevo idea di chi fosse compreso in quel voi, non lo sapevo, ma ero certa di farne parte, pur essendo del tutto innocente. – Riaccendete la luce -, urlava, – Ch’io possa vederci chiaro! -, ma niente poté consolarla e nessun medico, nessun luminare, nessuna indovina o maciara riuscì a renderle la luce perduta, l’azzurro appannato. Persino una zingara volle vedere, e fu a me che lo domandò, – Vammi a chiamare la mamma di Anica -, implorò, – Portamela in casa, fammi levare il malocchio -, e il malocchio, nel suo caso, era la maledizione degl’occhi, la magia crudele che le aveva negato il miracolo: quella, lo sapevo, nessuno avrebbe potuto revocarla. Perché io ne ero colpevole, io soltanto: la cattiveria dei miei desideri era stata più forte della bellezza. Il mio rancore aveva avuto la meglio.

Per gli occhi di mia madre, facemmo di tutto: una processione di uomini di scienza e di spirito percorse il corridoio di casa, fino alla camera da letto, dove mia madre giaceva distesa, immersa in un buio irreversibile; nessuno, nemmeno la mamma di Anica, nemmeno le sue zie – denti d’oro e mani nere – riuscirono a restituirle la luce. Anzi, una di loro – Florina, si chiamava –, giunta davanti al corpo orizzontale di mia madre, s’inginocchiò sul pavimento e pianse, come se in quelle lenzuola ci fosse stata una morta, un cadavere pronto per il cimitero, e non una donna che pregava di recuperare la vista. In fondo Florina ebbe ragione e non ci mettemmo molto a capirlo: mia madre era morta, aveva gli occhi aperti ma era morta, respirava, parlava, piangeva ma era morta; i suoi occhi prodigiosi, fino a quel momento da tutti amati, ammirati, venerati, adesso erano mostruosi, globi bianchi con l’iride rivolta verso l’alto, con l’azzurroviola in parte risucchiato dalle segrete del cranio, inaccessibile e oscuro.

Fu allora che rimasi orfana: mia madre si ritirò dentro il suo sonno a occhi sbarrati, chiuse dietro di sé la porta della sua stanza e non ne uscì più, si inflisse da sola una condanna di solitudine e d’isolamento. Nulla contava: il mondo, fuori dal suo sguardo, smise d’esistere e anche noi smettemmo con lui. Per mia madre, eravamo morti, per lei non c’eravamo: né sua figlia, né la sua casa, né i suoi vestiti impregnati dell’aroma di fiori corrotti del suo profumo. Niente più rossetti, smalti, scarpe, niente più, niente. Nonostante tutto, però, io ero viva: nascosta agli occhi di mia madre, continuai a esistere e, anzi, per così dire, nacqui allora; iniziai a guardarmi, a osservarmi. Scoprii il mio volto, la mappa imperscrutabile delle mie smagliature, il marrone scialbo delle mie iridi, che risplendevano all’unisono con i capelli. A scuola, ai colloqui con i professori, era mia zia Rita che m’accompagnava: non m’era niente, in realtà, la chiamavo zia per mascherare la totale assenza di legami di sangue, tra noi due, e tutti ci facevano i complimenti, ci sorridevano con la sincerità che si riserva a ciò che non ha importanza, all’ordinario che non fa danni. – Come vi assomigliate -, ci dicevano, e noi ringraziavamo, a disagio, – Che bella figlia -, e zia Rita non faceva in tempo a smentirli, ad autodenunciare la sua congenita infertilità, perché quelli già rilanciavano: – È tutta sua madre -. Sapevamo ch’era assurdo ma, allo stesso tempo, non ci ribellammo mai, perché quella gente, in realtà, aveva ragione: zia Rita e io ci assomigliavamo, eravamo creature sorelle e in noi era facile stanare le analogie, e tra noi era immediato trovare ciò che ci univa perché tutto ci univa. La banalità ha un comune denominatore, è rassicurante e prevedibile. La normalità rincuora e accoglie, così priva d’accidenti com’è, così dritta e armoniosa. La bellezza, invece, come l’amore, la bellezza stona, la bellezza spaventa, meraviglia, la bellezza attira gli sguardi e insieme li respinge, la bellezza richiama maledizioni, il malocchio, la bellezza distrugge. Nessuno lo sapeva meglio di me, che di quella distruzione ero la responsabile.

È passato molto tempo da allora; adesso ho trentadue anni e mia madre non è ancora uscita dalla sua stanza: è chiusa lì dentro da quando ce l’ho mandata io, da quando l’ho imprigionata con la mia malignità. Adesso, però, la capisco: la settimana scorsa è nata Artemisia e per tutta la gravidanza ho temuto quello che poi inevitabilmente è successo. È bellissima, mia figlia è bellissima, d’una bellezza mostruosa e disumana, d’una bellezza non mia eppure ereditaria e quando l’ho data alla luce, quando i dottori me l’hanno cavata dal corpo e, livida e urlante, me l’hanno messa in collo, ho pianto, ho pianto con lei, disperata per la sua condanna, atterrita dalla sua inconsapevolezza. È stato allora che ho deciso: la pena, l’avremmo scontata insieme. È una settimana che non usciamo da questa stanza: ci aspetta una lunga vita, tra queste mura, figlia mia, ma io sono tua madre. Con me, sarai al sicuro.