Il confronto

La vedi che cammina storta, una spalla sopra e una sotto; le vedi i capelli biondi e lerci, le controlli la ricrescita: sono suoi, non sono tinti. Non se la meritava questa fortuna, o forse se la meritava, almeno quella, povera crista. Le vedi le unghie illividite dallo smalto blu, dove li ha presi i soldi per l’estetista? Le vedi le sopracciglia fatte, la pelle che sprofonda in semicerchi concentrici sulle ginocchia, le vedi gli stivaletti con la pelliccia, la scritta mui mui, che brutta imitazione; le vedi la gonna col drappeggio, la canottiera che le scopre i reni – il peluche ai piedi e la pelle nuda –, la vedi spavalda e impaurita, la vedi vecchia, eppure non è brutta. Le invidi i glutei, ti sembrano messi bene, li confronti con i tuoi – no, lascia stare, non farlo. Ha il biondo naturale e il culo sodo, ha quasi sessant’anni e ancora non deve tingersi; ha l’età di tua madre e raccatta le sigarette all’angolo della strada, non esiste eppure tu, col tuo corpo giovane e sgraziato, e sproporzionato, e molle, proprio tu, con gli occhi affilati, cattivi, bilancia e centimetro da sarta impressi nella rètina malata, tu hai appena perso contro una perdente.

Sta’ dritta con la schiena, dio, come cammini male! Fìnisci il piatto di pasta, non ho cucinato per niente. E intanto la voce del giornalista viene tranciata dalla sigla di Beautiful, Brooke Logan in biancheria intima, finisci quella pasta, e tu nascondi l’ultima cucchiaiata nel tovagliolo, ti aggrappi alla tovaglia e le briciole di pane – prima, lì sopra, avevano già mangiato loro – ti si ficcano sotto le unghie. Hai ancora fame, ma hai buttato via la pasta. – Hai finito? -, e non hai finito, ma in tv non hanno nemmeno iniziato. – Sta’ dritta con la schiena -, ma la tua è scoliosi, la colonna vertebrale è già stanca di sostenerti, sei troppo pesante anche per lei, quanto pesi? Sei troppo magra, guarda quanto spazio tra le cosce, guarda che schiena storta, la smetti di atteggiarti? Hai fame, vorresti un pezzo di formaggio, i sofficini Findus che sorridono dal piatto soltanto agli altri, hai fame ma sei più grassa di Annarita, più grassa di Maria, loro vanno ancora nei negozi da bambine e tu devi comprarti le scarpe delle mamme, delle zie, i mocassini col tacco di gomma che dovrai indossare coi pantaloni della tuta, perché hanno l’elastico e anche se il culo non ti cresce ti son cresciute le cosce, quelle cosce troppo magre, col buco in mezzo, quelle cosce enormi che vorresti nascondere, tagliare in due, comprimere, e invece hai fame, fame, hai fame e nascondi la pasta nel tovagliolo, e dal frigorifero rubi un babybell, te lo cacci in bocca mentre tua madre guarda Maria De Filippi, guarda i programmi della rai, guarda le reti regionali che trasmettono i cartoni animati e non lo sa che, la sera, quando non dormi, su quegli stessi canali ti guardi i film porno. – Dovevi proprio metterti quel costume da bagno? Ti si vedono tutti i peli -, perché hai otto anni, nove, hai undici anni e nessuno ti lascia usare il rasoio, e l’acqua di mare ti tradisce come tua madre, sicché pure quando non sanguini nelle mutande devi stare all’asciutto e non farti il bagno, perché l’acqua di mare, dicevo, l’acqua di mare ti tradisce come Brooke Logan con tutti i suoi amanti, e attraverso il costume rosa a fiori che hai ereditato da qualcuna – una cugina, la figlia dei Rossini, la tua stessa mamma – mostra a tutti che sei femmina e hai i peli. E che avrai pure otto, nove, undici anni, ma sei già pronta a figliare.
Sta’ attenta, sei incinta?, sei grassa, hai i capelli sporchi – e tu lo sai, ti gratti la testa di continuo e ti fai la coda per nascondere la miseria –, perché ridi? Sembri una pazza. La smetti di piangere? Sei una bambina, e bambina lo sei davvero, hai otto, nove, undici anni, sei pronta a figliare, ma vorresti solo sparire. Sei pronta a figliare e il tuo corpo lo sa.

La vedi che cammina storta. Le guardi i jeans, le scarpe adidas, lo strappo sul ginocchio, la felpa indossata a pelle; perché non si fa uno shampoo? Ha le gambe lunghe e tu no, la pancia piatta. È così giovane – lo zaino sulle spalle, il vocabolario in collo come un figlio –, e tu non più, e tu mai lo sei stata, nemmeno a otto, nove, undici anni. Anche allora eri vecchia, bestia da riproduzione, animale predestinato. Anche la donna dei piccioni è magra: siede all’angolo della strada, sfama gli uccelli mentre noi l’affamiamo, ne è circondata, sicché è impossibile avvicinarsi perché è tutto uno sbattere d’ali, è tutto un disperdersi di piume, di guano, di pezzi di focaccia luridi e pomodori sfranti, di urla. Non è che non voglia darle qualcosa, è lei che non vuole, è lei che respinge.
Stamattina ti avvicini, provi a farti largo tra i piccioni e strizzi gli occhi e ti copri la testa coi gomiti, come quando stavi per ricevere un colpo; senti qualcosa toccarti la giacca e vuoi urlare, vuoi scappare, senti uno spillo nella milza. Stamattina ti fai sotto, la guardi: le spalle storte, come quelle della bionda naturale sconosciuta, come quelle della ragazza di scuola, come le tue. È seduta, ma sembra avere un bel corpo. Guardale il seno, non ha paura di mostrarlo; ha le braccia nude e stringe qualcosa a sé, è una rondine, è un merlo, è qualcosa di nero, sarà un gatto, un figlio, un fagotto d’immondizia. Si accorge di te e urla qualcosa, gli uccelli si levano in una nuvola sporca e ti vengono addosso e piangi, ti copri la testa e piangi, chiudi gli occhi e quando li riapri t’accorgi che non t’hanno toccato, che non t’hanno fatto niente, forse nemmeno t’hanno notata.

Adesso siete tu e lei soltanto: è più bella di te, è più magra, è più soda, ha gli occhi azzurri e la fessura tra gl’incisivi.
La vedi che cammina storta: è tua figlia che ti viene incontro e per una volta vorresti che non ti salutasse, che ti lasciasse in pace, e per una volta non vorresti essere femmina mamma adulta, e per una volta non vorresti nemmeno avere otto nove undici anni, perché a quell’età eri già vecchia, e per una volta vorresti essere sola. Non vorresti essere la donna che da sempre si confronta con le sue simili, non vorresti avere la bilancia negli occhi, vorresti essere cieca, vorresti abbandonarti a quella presenza e basta, tu e la vecchia dei piccioni al buio, la sua voce animale e la tenerezza che riserva a quella creatura nera che stringe a sé.
Perché quella vecchia è tua madre, forse non ti ha messa al mondo, ma ti è madre, e quest’attimo da figlia, stavolta, vuoi prenderlo e non darne nulla a nessuno. Perché non hai otto nove undici anni. Ne hai molti di meno, ne hai di più, e non importa.
Un pezzo di pane atterra fra te e la vecchia e i piccioni ritornano. Non siete più sole. Tua figlia ti aspetta vicino alla tua auto.
In fondo, quella che tuo marito vede e pensa che tu non ne sappia nulla, è più grassa di te. È anche più alta, ma è più grassa; almeno in questo, vedi, almeno in questo sei in vantaggio.
Stavolta, il tuo corpo ha vinto.